The diary.

Something of me, everything of you.

Avevi il tuo inevitabile sorriso bianco e giallognolo, quello che ti disegni ogni mattina sul tuo volto stanco a appassito, quello scolpito tra le prepotenti rughe che si inseriscono nella tua pelle secca e sfibrata. E oggi, verso metà pomeriggio, quel tuo marcio sorriso doveva ancora scomparire, non era né troppo né troppo poco, non aveva ancora trovato una scusa per andarsene a gambe levate. Era ancora tra la polvere e il traffico, ed era lì per sottolineare quanto mi mancasse e quanto la tristezza e la melanconia potessero prendere il sopravvento su di me. Era semplicemente lì, e in tutto il suo trasparente silenzio riusciva a dirmi e a raccontarmi cose che parole e pensieri non potevano neanche immaginare di esprimere. Avevi il tuo costernato sguardo basso, costellato da occhi vispi e da qualche stanca palpebra corrosa dalle occhiaie, ma tu rimanevi sempre pronto a captare qualsiasi tipo di segnale esterno, qualsiasi movimento che oltraggiava gli schemi. Non eri bello, eri perfino sbiadito e lontano, ma c’eri, eri presente, oggi più che mai. Oggi sentivo le tue misurate parole scorrere sui binari e su quell’attrito che ci faceva fermare. Perderò le speranze, i capelli, i sogni, i buoni propositi, perderò davvero tutto, compresi la mia bellezza, i miei anni e l’intelligenza, ma non perderò mai te, né noi, noi e le nostre cose, e i nostri giorni.

Lasciami dire almeno queste cose. Che non è vero che senza di te si sta meglio, non si sta nemmeno bene, proprio non si sta. Si va, ecco, si va e basta. E poi che sta diventando primavera ancora una volta, anche senza di noi, anche senza le nostre margherite. Che farei di tutto per litigare tutto il giorno con te ma poi alla sera sorriderti un ci vediamo a casa. Che farei di tutto per averti e basta, liberandomi di tutte le fastidiose formiche che insistentemente si fanno strada sulla mia schiena. Lasciami dire che sei un perdente perché perdi quella che vincerebbe tutto per te. Lasciami dire che rinuncerei alla mia bellezza, alla mia calda casa, alla mia intelligenza per vestire un uccello marrone e svolazzarti intorno ad ogni mezz’ora, e seguire il tuo sguardo stanco della sera, e poi quello brillante della mattina presto, e poi, infine, aderirti, come un antipatico adesivo appiccicoso, e starti accanto, e a caso infilarmi di nascosto in quella che considero la tua vita. Lasciami dire, poi, che probabilmente non farò a meno di te, ma solo e soltanto meno di te, meno senza di te, solo e soltanto meno. Lasciati dire, lasciati almeno raccontare quante volte ho detto no, basta, quante volte ho messo la parola fine e quante pagine ho strappato al nostro libro per farlo sembrare uno di quelli a lieto fine. E quante volte mi sono rovinosamente vista dirti si, ancora, e cercare disperatamente le parole cestinate, le lettere strappate e quelle buttate, proprio quelle che avevo cancellato dalla mia vita. E quante volte, in risposta ad un tuo indifferente e cinico sorriso, sono tornata indietro sui miei passi. Lasciati dire almeno queste cose, queste, che sono le uniche cose nostre che mi rimangono.

9.03.2012

Aveva visto tutto, quell’uomo di bassa statura ma di grossa corporatura, quell’uomo scarso e senza ingegno, senza nemmeno un soldo e con pochi denti, quell’uomo chiamato Nenè aveva visto i miei occhi e aveva visto come mi muovevo, e quanto potevo essere innamorata di te. Lui non conosceva la nostra storia, nemmeno la sua, e a dire la verità, la sua non se la ricordava proprio, aveva perso il documento d’identità molto tempo fa e da allora era solo Nenè senza denti senza casa senza nessuno. Lui ha capito più cose su di me di quante ne hai comprese te, Andrea, in più di un anno che mi conosci, che ci conosciamo, che ci ammazziamo, ogni giorno, alla stessa ora. Poi Nenè scomparve dietro ad un tuo caldo saluto, accompagnato da un sorriso per me, da un abbraccio, da qualche parola che si pronuncia sempre a metà, sempre per forza sempre controvoglia. Ora non c’è nessuno che possa testimoniare, che possa vedere i miei occhi e le mie mani tremare, le mie parole vibrare. Ora ci siamo solo io e te, alle prese con qualche promessa non mantenuta, con qualche fiore appassito, e con tante, tante scuse protratte all’infinito, tanti perché, e poi le domande, i tempi giusti, i vai piano e i tuoi mi raccomando e poi i tuoi finti baci, i tuoi falsi abbracci e carezze, i tuoi finti amori e tutti i ricami che ho imparato a costruirci sopra. E poi tutte quelle cose che non hanno un nome, quei movimenti, quei gesti azzardati in cerca di una risposta, quelle cose che conosciamo solo noi, quelle cose che anche se non hanno un nome, esistono, e prendono significato solo addosso a noi.

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Pierdavide Carone/Lucio Dalla

—Nanì

Dimmi perché tu ami sempre gli altri, ed io amo solo te. 
Dimmi perché mi hai chiesto di andar via quando ti ho detto vieni via con me.


Con te non sono al sicuro. Mi hai ferita, mi hai lasciata, mi hai fatto piangere senza abbracciarmi. Sei stato insicuro, sei stato di altre, sei stato altrove, hai riempito la nostra storia di se, di ma, di forse. Mi hai lasciata sotto la pioggia ad aspettarti tante volte, non hai risposto ai miei messaggi, non hai richiamato quando avevi detto che lo avresti fatto. Non sei tornato quando invece avevi detto che lo avresti fatto. Con te non sono al sicuro, ma non c’è altro posto in cui vorrei stare.

Con te non sono al sicuro. Mi hai ferita, mi hai lasciata, mi hai fatto piangere senza abbracciarmi. Sei stato insicuro, sei stato di altre, sei stato altrove, hai riempito la nostra storia di se, di ma, di forse. Mi hai lasciata sotto la pioggia ad aspettarti tante volte, non hai risposto ai miei messaggi, non hai richiamato quando avevi detto che lo avresti fatto. Non sei tornato quando invece avevi detto che lo avresti fatto. Con te non sono al sicuro, ma non c’è altro posto in cui vorrei stare.

3.03.2012
Maledette quelle domande che ci siamo fatti a vicenda, a cui non abbiamo risposto, e alle quali non troveremo risposta mai. Maledetti quei giorni che ci hanno visti insieme, e quelli che vedranno le nostre mani dimenticarsi e i nostri occhi spalmarsi su altre vie di fuga. Maledetti quei fiori e quelle piante verdi che cresceranno e maledetti noi che resteremo piccoli per sempre. Maledetto questo cielo in fiamme che vedrà tutti gli amori e non il nostro.

3.03.2012

Maledette quelle domande che ci siamo fatti a vicenda, a cui non abbiamo risposto, e alle quali non troveremo risposta mai. Maledetti quei giorni che ci hanno visti insieme, e quelli che vedranno le nostre mani dimenticarsi e i nostri occhi spalmarsi su altre vie di fuga. Maledetti quei fiori e quelle piante verdi che cresceranno e maledetti noi che resteremo piccoli per sempre. Maledetto questo cielo in fiamme che vedrà tutti gli amori e non il nostro.

Dicono che quando stai insieme ad una persona, impari ad amarla ogni giorno sempre di più, ma io, con te, ho imparato solo a non amarti. Ho imparato a fare  a meno a di te, a guardare le stelle e ad apprezzarle nonostante la tua assenza. Ho viaggiato e visitato tante città e luoghi di cui ho scordato il nome, senza di te, e senza di te ho capito che riesco ad andare avanti, che i miei piedi riescono a sferrare il loro prossimo passo da soli. Con te ho imparato ad amare la tua assenza, non poi così tanto preziosa perché non rara, soltanto la condizione opposta e contraria a ciò che bramavo, la tua costante e stancate, nauseante, presenza. Ho imparato tanto cose, tante cose di cui potevo fare a meno, credimi.

Dicono che quando stai insieme ad una persona, impari ad amarla ogni giorno sempre di più, ma io, con te, ho imparato solo a non amarti. Ho imparato a fare a meno a di te, a guardare le stelle e ad apprezzarle nonostante la tua assenza. Ho viaggiato e visitato tante città e luoghi di cui ho scordato il nome, senza di te, e senza di te ho capito che riesco ad andare avanti, che i miei piedi riescono a sferrare il loro prossimo passo da soli. Con te ho imparato ad amare la tua assenza, non poi così tanto preziosa perché non rara, soltanto la condizione opposta e contraria a ciò che bramavo, la tua costante e stancate, nauseante, presenza. Ho imparato tanto cose, tante cose di cui potevo fare a meno, credimi.

Certi giorni sono lunghi e non finiscono mai, davvero, te li porti appresso per anni, con il loro vuoto e la loro noia. Quei giorni corrosivi ti si attaccano alla pelle e non se ne vanno più. Certi altri giorni, invece, sono così pieni che te ne vuoi liberare te, ma non perché non li vuoi, anzi, perché ti senti troppo sola, piccola e incapace per sopportare un peso del genere. Uno di quei giorni è sicuramente oggi. Per la prima volta non so da dove iniziare, perché, per la prima volta, c’è un inizio, e non una fine, c’è qualcosa da dire e non solo da pensare, immaginare, ricordare. Sapeva da frutta, da fragole, da dolce, da zucchero filato, da detersivo ai gelsomini, da coca-cola, da primavera, sapeva il sapore di uno di quei baci che non t’aspetti, che forse non vuoi neanche più, perché dalla prima volta che gli hai immaginati, quei baci lì, è passato troppo tempo, e non ti ricordi nemmeno il sapore e la forma che avevano nella tua testa. Come potevo soltanto sporcarmi nell’immaginare una cosa così tua? Ero malamente frastornata dal mio ventisei, e tu hai saputo dosare aria e parole nel modo giusto, come nessuno riesce a fare. Ero elettrizzata e scatenata, e tu sei riuscito a tenermi a bada, come nessuno vuole fare. Mi hai detto non mi dai un bacio? E io un bacio te lo volevo dare, ma non quel bacio, solo uno dei tanti baci che si danno di solito, quelli destinati ad essere dimenticati, quelli che  svelta ricambi, quelli che dai e che ricevi, quelli che si sciolgono dietro ad un bicchiere pieno, quelli che scappano dopo un po’ di parole. Ma tu, senza esitare, m’hai baciata di un bacio che non si chiede, che non si vuole, che è talmente irraggiungibile che non si spera nemmeno. M’hai baciata, questa sera l’hai fatto davvero. Ed è come se mi avessi lasciato addosso qualcosa di te, qualcosa che non andrà via facilmente, né per colpa di un bicchiere frivolo né per qualche parola fragile. Nel momento in cui ti soffermi a pensare se ami o no una persona, hai già la risposta.

Certi giorni sono lunghi e non finiscono mai, davvero, te li porti appresso per anni, con il loro vuoto e la loro noia. Quei giorni corrosivi ti si attaccano alla pelle e non se ne vanno più. Certi altri giorni, invece, sono così pieni che te ne vuoi liberare te, ma non perché non li vuoi, anzi, perché ti senti troppo sola, piccola e incapace per sopportare un peso del genere. Uno di quei giorni è sicuramente oggi. Per la prima volta non so da dove iniziare, perché, per la prima volta, c’è un inizio, e non una fine, c’è qualcosa da dire e non solo da pensare, immaginare, ricordare. Sapeva da frutta, da fragole, da dolce, da zucchero filato, da detersivo ai gelsomini, da coca-cola, da primavera, sapeva il sapore di uno di quei baci che non t’aspetti, che forse non vuoi neanche più, perché dalla prima volta che gli hai immaginati, quei baci lì, è passato troppo tempo, e non ti ricordi nemmeno il sapore e la forma che avevano nella tua testa. Come potevo soltanto sporcarmi nell’immaginare una cosa così tua? Ero malamente frastornata dal mio ventisei, e tu hai saputo dosare aria e parole nel modo giusto, come nessuno riesce a fare. Ero elettrizzata e scatenata, e tu sei riuscito a tenermi a bada, come nessuno vuole fare. Mi hai detto non mi dai un bacio? E io un bacio te lo volevo dare, ma non quel bacio, solo uno dei tanti baci che si danno di solito, quelli destinati ad essere dimenticati, quelli che svelta ricambi, quelli che dai e che ricevi, quelli che si sciolgono dietro ad un bicchiere pieno, quelli che scappano dopo un po’ di parole. Ma tu, senza esitare, m’hai baciata di un bacio che non si chiede, che non si vuole, che è talmente irraggiungibile che non si spera nemmeno. M’hai baciata, questa sera l’hai fatto davvero. Ed è come se mi avessi lasciato addosso qualcosa di te, qualcosa che non andrà via facilmente, né per colpa di un bicchiere frivolo né per qualche parola fragile. Nel momento in cui ti soffermi a pensare se ami o no una persona, hai già la risposta.

Poi sposti i capelli e fai una smorfia strana che capisce soltanto chi ti ama.

Poi sposti i capelli e fai una smorfia strana che capisce soltanto chi ti ama.

Preparati, amore mio, che tra un po’ di giorni sarai costretto a dirmi - e va bene balorda, hai vinto, tocca a te: portami dove vuoi.